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CAPPELLA SANSEVERO E IL CRISTO VELATO

Nel 1590, Giovan Francesco de’ Sangro, duca di Torremaggiore, fece costruire, in un angolo del giardino del palazzo di famiglia, un piccolo sacello votivo dedicato a Santa Maria della Pietà o alla Pietatella, non si sa se per tener fede ad un voto fatto per un’ottenuta guarigione o piuttosto per motivi espiatori legati all’eccidio di Maria d’Avalos e di Fabrizio Carafa, uccisi proprio in quell’anno nel Palazzo de’ Sangro da Carlo Gesualdo, principe di Venosa. A partire dal 1608, suo figlio, Alessandro de’Sangro, fece ampliare e decorare l’edificio destinandolo a sacello del nobile casato. Degli interventi seicenteschi, solo poche testimonianze, quali il bel sepolcro marmoreo di Paolo de’ Sangro nella prima cappella a sinistra, con commessi di Bernardino Landini e sculture del carrarese Giulio Mencaglia, sopravvissero alla nuova campagna decorativa condotta fra il 1749 e il ’71 da Raimondo de’ Sangro, settimo principe di Sansevero. Personalità fra le più eclettiche e affascinanti della Napoli settecentesca, ancora oggi avvolta da un alone di mistero, Raimondo, tornato a Napoli nel 1730 dopo essere stato educato a Roma, diventò gentiluomo di Camera di Carlo di Borbone e comandante del famoso reggimento “Capitanata” che contribuì alla vittoria di Velletri del 1744. Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro, Gran Maestro della Massoneria napoletana di rito scozzese, Accademico della Crusca, costantemente impegnato nell’osservazione dei fenomeni naturali da cui faceva scaturire bizzarre invenzioni tecnologiche, alcune alquanto effimere, come la carrozza marina, la mantella impermeabile o la lampada perpetua, Raimondo incarnava perfettamente il moderno spirito illuminista, colto, inquieto e indagatore. Ed è proprio questo spirito che impronta di sé l’intera decorazione settecentesca della cappella, fortemente coerente e ricca di sottili allegorie esoteriche e massoniche comprensibili solo a chi di quel milieu culturale e politico faceva parte. Fu infatti Raimondo a dettare agli artisti coinvolti, molti dei quali non napoletani, il rigoroso programma iconografico, celebrativo delle virtù e delle glorie familiari.
Il primo ad essere coinvolto nella realizzazione di quello che va considerato uno dei maggiori insiemi della plastica napoletana del Settecento, fu l’ormai anziano Antonio Corradini, portatore a Napoli di una cultura che fondeva alla sua formazione veneta raggelanti accenti mitteleuropei, assimilati durante una serie di incarichi ufficiali condotti fra Austria a Germania. Proprio al Corradini va ascritto l’intero corpus dei bozzetti in terracotta, poi successivamente tradotti in marmo dall’artista stesso – cui vanno attribuiti il monumento a Giovan Francesco Paolo de’ Sangro, il busto ritratto di Paolo de’ Sangro, il Decoro e la meravigliosa Pudicizia velata con il Noli me tangere sulla base, omaggio di elegante gusto precanoviano alla madre Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, morta in giovane età – e dagli scultori a lui succeduti nell’impresa. Il primo di questi, fu il genovese Francesco Queirolo cui vanno ascritti i sei tondi con i cardinali della famiglia de’Sangro, collocati sugli arconi delle cappelle laterali, gli altari di Santa Rosalia e Sant’Odorisio e le sculture della Liberalità, della Sincerità e del Disinganno, dal virtuosistico lavoro di traforo della rete che avvolge la figura, con il Cristo che dona la vista al cieco sulla base, dedicato al padre Antonio de’ Sangro. Al 1753 si data il Cristo velato che, inizialmente destinato alla cavea sotterranea, fu sempre tenuto in cappella, occupando oggi una posizione centrale, di fronte all’altare maggiore. Capolavoro assoluto del napoletano Giuseppe Sanmartino, quel corpo dalla pesantezza tutta umana, dalla perfetta resa anatomica, evidente nella minuta descrizione dei tendini e delle vene di piedi e mani dalle dita ancora contratte, quel corpo dal capo reclinato sulla spalla che sembra affidato all’abbandono del sonno piuttosto che al rigore della morte, cui invece alludono i simboli della Passione, vero brano di natura morta posto ai suoi piedi, quel corpo ancora spirante sotto il fitto e trasparente panneggio del sudario, incredibile saggio di virtuosismo tecnico che ha alimentato le più assurde leggende sulle modalità della sua esecuzione, è intriso dello stesso intenso naturalismo e dello stesso sofferto patetismo presenti in tanta pittura e scultura napoletana del Seicento, da Ribera a Fanzago. Intanto, interrottisi bruscamente e con conseguenze legali i rapporti con il Queirolo, il complesso progetto decorativo fu portato a termine da altri artisti fra i quali spicca il napoletano Francesco Celebrano, autore, fra il 1762 e il ’68, della scenografica Deposizione dell’altare maggiore, affiancata da Angeli di Paolo Persico, del Dominio di sé stesso e dell’originale monumento di Cecco de’ Sangro, in controfacciata, che, ispirandosi a un curioso episodio della sua vita, rappresenta il defunto in atto di uscire dal sepolcro impugnando la spada. Per quanto riguarda le decorazioni pittoriche, la volta a botte che ricopre la navata fu affrescata fin dal 1749, con una Gloria del Paradiso di ispirazione solimenesca, dal napoletano Francesco Maria Russo, autore anche del cenotafio marmoreo di Raimondo de’ Sangro, collocato nello stretto corridoio dal pavimento a labirinto che dà accesso alla sottostante cavea. I ritratti su rame di Raimondo de’ Sangro e quello di suo figlio Vincenzo furono, invece, eseguiti da Carlo Amalfi utilizzando, fortunatamente solo nella prima opera, una pittura oloidrica di invenzione dello stesso principe e probabile causa del suo attuale deperimento. Nella cavea sotterranea a pianta ellittica, originariamente destinata da Raimondo ad accogliere le successive sepolture di famiglia, sono oggi custodite le due spettacolari macchine anatomiche di un uomo e di una donna, con tanto di parti di feto in grembo, riproducenti il sistema venoso e arterioso: una delle tante invenzioni del principe, perfetto specchio dei suoi interessi scientifici e al tempo stesso inevitabile fomentatrice della sua fama di alchimista e negromante.
 

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